L’ultimo volo del Pirata

Courchevel 16 Luglio 2000: l’ultimo volo del Pirata.


Esiste realmente una differenza fra il campione ed il mito, l’eroe?
La risposta è sì.


Non basta, infatti, una vittoria, un trofeo, delle gesta ripetute per anni a scuotere l’animo di un tifoso, di un intero popolo.
Ci vuole il pathos, l’ansia, quella facoltà di sentirsi parte integrante dell’impresa, della quotidianità.

Quella capacità di gioire, soffrire, digrignare i denti, cadere e poi rialzarsi ancora e sognare, che rende possibile la demarcazione della linea sottile fra l’atleta ed il grande uomo.


Fu proprio questa la ricetta che ha reso Marco Pantani unico, inimitabile, speciale.

Un campione sempre pronto a nuove epiche imprese al limite dell’umano, come quel caldo pomeriggio in terra francese.
La voglia di ribadire perennemente la sua genuinità, quell’indole pura e mai doma che aveva conquistato il cuore della gente, rappresentò da sempre il dogma pronto a sfidare il tortuoso destino che gli si era contrapposto.
Fu così, anche, in quel Tour de France del 2000, in cui il fuoriclasse di Cesenatico, fuori prematuramente dal discorso classifica, combattè per l’onore e per la gloria.

Il Pirata e il regalo mal digerito

La vittoria sul Mont Ventoux , il giorno prima, però, aveva avuto il retrogusto amaro del successo fisico ma non morale.
Il robot da strada di quel periodo, nonchè leader della competizione, Lance Armstrong, ammise la sera stessa di aver regalato la tappa a Marco, crudelmente, irresponsabilmente.


Un corridore normale, conscio del suo momento psico- fisico inferiore, avrebbe ingoiato amaramente il rospo e chinato il capo.
Già, un corridore normale, non Marco Pantani.
In quella tappa con arrivo a Courchevel si avvertì fin da subito il profumo dell’impresa.


Quella volta gli occhi del Pirata erano fissi sull’asfalto, come se da un istante all’altro volesse lanciare scariche infuocate, pronte ad incenerire qualunque ostacolo gli si presentasse sul proprio cammino.

La rivincita di Marco

Non ci pensò due volte lo scalatore romagnolo a sferrare a 16 km dal traguardo uno dei suoi micidiali attacchi.


Il viso corrucciato capace di mascherare quella preparatoria quanto dolce agonia smosse nuovamente il cuore dei tifosi della Grande Boucle, come qualche anno prima.


Ancora una volta, però, per l’ennesima sgradevole volta, Armstrong si fiondò alle sue spalle come un’ombra, come una sentenza alla quale neanche Pantani sembrava potersi sottrarre.


Nella testa del campione romagnolo, però, non vi è mai stato un limite pensato, raggiunto; lui ha sempre voluto superarsi nel bene e nel male, anteponendo il cuore ed il coraggio alla logica e alla razionalità.
Ecco perché, anche in quell’occasione, a 5 km dall’arrivo, Marco trovò l’ennesimo scatto vincente della sua carriera, della sua vita.


Il resto fu un involucro di magia riversato su quelle strade indelebili nelle quali Pantani volò, quasi spintò da una luce divina, staccando definitivamente l’impotente americano.
Fu l’ultima salita quella del Pirata, l’ultima volta che il cuore di chi lo ha desiderato sobbalzasse in gola.
Fu l’ultima lacrima versata per l’infinito eroe.


Vinse anche quella battaglia Marco prima di arrendersi ad un fato che lo inghiottì senza riconoscergli fino in fondo la sua gloria.


Quel giorno, però, regalò a sé stesso e ai milioni di fratelli che lo hanno amato l’ultimo, il più malinconico, Giorno Perfetto.

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